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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Pietro (del 30/01/2009 @ 09:46:32, in Politica e amministrazione, linkato 245 volte)
Sono queste le voci che si vanno diffondendendo in città,e spiegate con un articolo pubblicato ieri su L'Informazione di Reggio.
Nell'articolo infatti si parla che la Federazione Italiana Rugby,avrebbe pronta un offerta da fare al curatore fallimentare,per acquistare lo stadio.
A capo della cordata di imprenditori interessati all'affare,ci sarebbe Giancarlo Dondi presidente stesso della FIR.
Il comune per voce dell'assessore Catellani sarebbe d'accordo,a patto che ne venga  garantito l'uso alla Reggiana calcio.
La preoccupazione dei tifosi granata però è tanta.
1)Una volta che lo stadio sarà passato di mano,le condizioni per usufruire dello stesso,le detterà la FIR e non il comune,il quale ne rientrerà in possesso solo nel 2044.
2)La manifestazione di maggior interesse che arriverà al Giglio sarà la Celtic League,con partite che si giocano nello stesso periodo del campionato di calcio,per cui il terreno di gioco avrà bisogno certamente di continue manutenzioni.Basta guardare lo stadio di una città vicina alla nostra,dove tutte le domeniche c'è una partita.
3) Si parla pure che la stessa FIR,vorrebbe coinvolgere la società Reggiana nell'affare.Per ora non ci sembra che questa società abbia le potenzialità economiche per entrare nell'affare,per cui ci toccherebbe elemosinare lo stadio alla FIR.
I tifosi non sono contrari alla cessione dello stadio e ad iniziative,che sicuramente porterebbero enormi vantaggi alla città,ma a condizioni certe e sicure che la Reggiana Calcio possa continuare ad usufruire dell'impianto a costi e a condizioni sostenibili.
 
Di Quadrodoc (del 16/05/2008 @ 13:03:54, in Politica e amministrazione, linkato 227 volte)
Lettera di Giovannini a Reggio nel web: Stadio Giglio: Catellani si dimetta subito. Di Giacomo Giovannini (Lega Nord) ReggioNelWeb.it n. 269 del 13/5/2008 Quando poche settimane fa discutemmo la nostra mozione sulle questioni relative alla messa a norma e sulla proprietà dello stadio Giglio, l’Assessore Catellani aveva garantito che la proroga alla deroga per potere utilizzare lo stadio Giglio anche nella prossima stagione sportiva era cosa pressoché fatta: quella proroga rimane comunque una soluzione “tampone”, ma anche quella promessa è stata disattesa. Ora Catellani scommette che se il Giglio non sarà agibile allora “non si giocherà in nessun stadio della serie C”: tutta da ridere. Così come la capriola politica tipica di questa sgangherata Giunta comunale, politicamente la peggiore della storia repubblicana, con la quale Catellani tenta di scaricare la responsabilità sul “buon senso” del nuovo Ministro dell’Interno Roberto Maroni: ma cosa hanno fatto Delrio e soci fino ad oggi? Nulla, hanno dormito sonno profondi, soprattutto considerato che fino a poche settimane fa era in carica un certo Governo Prodi… Catellani anzi continua a sostenere che il Comune sia chiamato ad intervenire su un bene che non è suo, eppure, lo abbiamo ribadito in tutte le salse, la convenzione con la Mirabello 2000 è estremamente chiara: in caso di fallimento della Mirabello 2000 il Comune ha titolo per chiedere di rientrare in possesso delle zone sportive dell’impianto, per di più che anche il Comune figura tra i creditori nel procedimento concorsuale. La Giunta Delrio si è invece totalmente adagiata sulle interpretazioni del curatore fallimentare. Il Ministro Maroni è sicuramente persona di buon senso, ma il gioco dello scaricabarile politico è alquanto squallido, così come lo è stato tentare di coinvolgere il Sassuolo calcio nella speranza che venisse a pagare i conti di altri: Catellani si dimetta subito. Giacomo Giovannini Capogruppo Lega Nord
 
Di Quadrodoc (del 10/04/2008 @ 13:34:37, in Politica e amministrazione, linkato 628 volte)

Riceviamo e volentieri pubblichiamo:

Ad Aprile ci sono tre possibilità:

1) Votare per la mafia

2) Votare ancora per i finti difensori della legalità, complici ed accomodanti che hanno già deluso le promesse fatte in 2 governi precedenti

3) Dissociarsi ed usare il voto come protesta (tanto qualunque sia la vostra scelta stavolta rivince la Mafia)

Se non vi sta bene votare Beppe Grillo (voto nullo) esiste un metodo forse ancora migliore per manifestare il proprio dissenso nei confronti di questa classe politica schifosa e nei confronti di questa legge elettorale antidemocratica. Pensate a quando tra 30 anni i vostri nipoti vi chiederanno: “nonno/nonna quando a Roma erano tutti mafiosi, prima della grande rivoluzione che fece piazza pulita, tu per chi votasti nel 2008?”.

ESISTE UN’ARMA LEGALE CONTRO QUESTA LEGGE INDECENTE E ANTIDEMOCRATICA!

Di seguito i riferimenti legali.

Tutto si basa su un uso “puntiglioso” della legge: Testo Unico delle Leggi Elettorali D.P.R. 30 marzo 1957, n. 361 - Art. 104 - Par. 5

5) Il segretario dell’Ufficio elettorale che rifiuta di inserire nel processo verbale o di allegarvi proteste o reclami di elettori è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa sino a lire 4.000.000.

Illustro nei dettagli il sistema da usare:

1) ANDARE A VOTARE, PRESENTARSI CON I DOCUMENTI + TESSERA ELETTORALE E FARSI VIDIMARE LA SCHEDA

2) ESERCITARE IL DIRITTO DI RIFIUTARE LA SCHEDA (DOPO VIDIMATA), dicendo: “Rifiuto la scheda per protesta, e chiedo che sia verbalizzato”

3) PRETENDERE CHE VENGA VERBALIZZATO IL RIFIUTO DELLA SCHEDA

4) ESERCITARE IL PROPRIO DIRITTO METTERE A VERBALE UN COMMENTO CHE GIUSTIFICHI IL RIFIUTO (ad esempio “Nessuno dei politici inseriti nelle liste mi rappresenta”)

COSI FACENDO NON VOTERETE, ED EVITERETE CHE IL VOTO NULLO O BIANCO SIA CONTEGGIATO COME QUOTA PREMIO PER IL PARTITO CON PIU’ VOTI

 
Di Maucat65 (del 26/01/2008 @ 08:02:14, in Politica e amministrazione, linkato 273 volte)
“Bande di teppisti senza una strategia complessiva”, ecco come un Ministro dell’Interno ex socialista, e nominato da un governo di centro-sinistra, definisce il malessere degli abitanti del napoletano. E, questo, dopo aver “sentito” il Capo della Polizia Manganelli ed aver nominato De Gennaro Commissario Straordinario per la Monnezza. L’Italia è un “paese fotocopia”. Ogni anno che passa, potremmo “riciclare” le notizie di quello precedente: come nel 2007, 2006, 2005…anche quest’anno è scoppiata “l’emergenza rifiuti”. Anche le notizie fanno monnezza. Come andrà a finire? Come tutte le “emergenze” italiane: dapprima si criminalizza chi protesta per il sacrosanto diritto alla propria salute (le cifre sull’incidenza dei tumori riportate da Saviano parlano chiaro), poi partirà una strategia formata da promesse (tante), soldi (a chi di dovere), tanto per rientrare in quell’ordinaria “normalità” che, a Napoli, significa non avere la monnezza che arriva al primo piano. Poi, spegneranno i riflettori delle TV, e tutto tornerà “normale”. Fino alla prossima emergenza. Intanto, montagne di rifiuti s’accumulano nelle strade, mentre colonne di camion cariche di spazzatura s’avventurano – scortate dalla Polizia – fra paesi in guerra e popolazioni al limite della sopportazione. Dove vanno? Tentano di raggiungere l’ennesima discarica “temporanea”, nell’attesa che si trovi l’ennesimo “sito” per l’interramento definitivo: ovviamente, nell’attesa che sia definito dove e se costruire un inceneritore, un termovalorizzatore o comunque lo si voglia chiamare. Intervistati dai solerti TG nazionali, sudaticci funzionari affermano di “lottare contro il tempo”, “contro gli immobilismi”, “contro le eco-mafie”, contro…insomma, un’emergenza apocalittica! Ora, “un’emergenza” deriva – per definizione – da un evento straordinario ed imprevisto: nessuno prevedeva che, anche quest’anno, avremmo gettato nella spazzatura le bucce dei mandarini e i cartocci del latte? Negli altri paesi europei, si nominano commissari straordinari per i terremoti e per le alluvioni; nel Bel Paese, alti funzionari dello Stato sono insigniti dell’ambita carica: Commissario per la Monnezza. L ’ultimo ad essere insignito dell’Alta Carica fu Bertolaso. Adesso tocca a De Gennaro. La prossima volta, toccherà ad un Ammiraglio poi, a rotazione, Esercito ed Aeronautica. Tutto l’andazzo è finalizzato ad un solo scopo: trovare qualcuno disposto ad accettare sul suo territorio una discarica, un’amena valletta (meglio se un po’ nascosta) da riempire di spazzatura. Almeno, per quest’anno “tiriamo il fiato”. Le riunioni “politiche” si sprecano: sindaci di quel partito incontrano governatori dell’altro, ma c’è di mezzo qualche “potente” dell’opposto schieramento, e si torna da capo. S’interpella Roma, ma Roma ha ben altro cui pensare…elezioni, fusioni di partiti, grandi riforme istituzionali…no, Roma nomina il Gran Commissario e…che se la sbucci lui, fra le bucce delle patate e delle arance! Se riduciamo all’osso la questione, siamo come un gatto che deve “farla” ed osserva con circospezione il terreno: dietro a quel cespuglio? Sotto l’albero? Sì, sotto l’albero va bene: un po’ di lavoro con le zampe anteriori – quindi l’atto – e lo zampettare con quelle posteriori per ricoprire il tutto. Anche per oggi, il problema è risolto. Nel terzo millennio del silicio e delle tecnologie spaziali, il Gran Commissario osserva il gatto. E impara. Proviamo a salire di un misero scalino ed osservare altre soluzioni? Per prima cosa dobbiamo sfatare il mito che la spazzatura, in discarica, non inquini: inquina pesantemente e definitivamente il terreno, e non solo. Nonostante ci raccontino che sono state seguite alla lettera le “norme”, e prese tutte le opportune “precauzioni”, vorremmo sapere cosa genereranno montagne di spazzatura interrate dopo decenni di piogge. Nessuno può fermare l’acqua, che s’intrufola, scava, scende: gutta cavat lapidem – affermavano i latini, la goccia scava la pietra – figuriamoci la monnezza. Risultato: dopo qualche anno, metalli pesanti e molecole d’ogni forma s’espandono ben oltre i confini della discarica e vanno ad inquinare le falde acquifere. La preziosa, e sempre più scarsa acqua che abbiamo a disposizione, dobbiamo prelevarla sempre più lontano dalle città, perché le falde più vicine sono inquinate da Cromo, Mercurio, Piombo e molecole d’ogni tipo sparse a pioggia. Addio agricoltura biologica. Finito? Manco per idea. Le molecole organiche (carta, legno, residui alimentari, materie plastiche, ecc) sono costituite da lunghissime catene formate da atomi di Carbonio. Tutto cambia – panta rei, affermavano già i Greci – ed il Carbonio può seguire due strade per “mutare”: l’unica cosa che non può assolutamente fare è rimanere così com’è, perché la chimica è un continuo mutare, trasformare, rinnovare. Se il Carbonio si lega con l’Ossigeno (tipicamente, una combustione) forma l’anidride carbonica – responsabile dell’effetto serra – mentre se è interrato cambia per fermentazione anaerobica. I batteri, sempre presenti, spezzano le lunghe catene di atomi e formano metano: a prima vista, sembrerebbe una buona soluzione. Invece no, perché il metano che si forma è difficile da recuperare ed è – per gli usi energetici – di scarsissima entità, mentre – se liberato nell’atmosfera – inquina, e parecchio. Una molecola di metano riflette una quantità di radiazione infrarossa (l’effetto serra) pari a 21 volte quella riflessa da una molecola d’anidride carbonica! Quindi, dal punto di vista dell’inquinamento, le discariche sono la peggior soluzione: incrementano enormemente l’effetto serra ed inquinano definitivamente terreni e falde acquifere. L’altra soluzione è bruciare i rifiuti in appositi impianti, per ottenere la miglior combustione possibile e ridurre il rilascio di prodotti di combustione indesiderati. Qui bisogna sfatare un mito: i termovalorizzatori producono sì energia elettrica, ma è sbagliato pensare ad essi come ad un metodo di produzione energetica. Più seriamente, dovrebbe essere chiarito che sono mezzi per eliminare i rifiuti, dai quali è possibile recuperare un po’ d’energia. La distinzione è importante perché, se pensassimo ad essi come al toccasana della produzione energetica, potremmo cadere nell’errore di generare più rifiuti: tanto ci penseranno i termovalorizzatori! I termovalorizzatori, però, bruciano il materiale più composito che possiamo immaginare: pur trasformando preventivamente i rifiuti nel CDR (Combustibile Da Rifiuti) mediante complesse operazioni chimico-fisiche, rimane un composto formato da legno, plastica, coloranti, vernici, ecc. All’estero, la tecnologia per bruciare i rifiuti è più avanzata che in Italia, e si riescono ad ottenere rilasci molto contenuti di sostanze inquinanti, tanto che gli impianti sorgono anche in aree urbane. In Italia – e questo è un altro mistero che dovrebbero spiegarci – anche i più moderni impianti sono almeno un paio di “generazioni” indietro rispetto a quelli d’oltralpe. I timori delle popolazioni – quindi – sono pienamente giustificati: perché un sindaco dovrebbe concedere la costruzione di un termovalorizzatore, quando non ha garanzie sul futuro inquinamento? Discariche e termovalorizzatori sono mezzucci per risolvere il breve ed il medio periodo ma, se vogliamo veramente salire un ulteriore “scalino” e cercare soluzioni radicali, non possiamo che partire dalla “catena” del rifiuto: in definitiva, si brucia ciò che s’immette nella “filiera” del rifiuto. I rifiuti organici naturali (scarti di cucina, ad esempio) non producono inquinanti: il vero problema sono i materiali prodotti dall’uomo mediante la manipolazione chimica. Una cassetta di legno può bruciare tranquillamente: la stessa cassetta, costituita da materiale plastico, è un problema. Qui nasce il problema dei rifiuti: quando s’arriva al cassonetto, la frittata oramai è fatta. La raccolta differenziata dei rifiuti è ottima cosa, ma è lenta ad affermarsi e sembra non riuscire a superare la metà, forse il 60% della produzione di rifiuti, anche nelle migliori condizioni. Le proposte sono molte: dalla raccolta “porta a porta” (molto costosa) ad un generale abbattimento della quantità d’imballaggi, che formano gran parte dei rifiuti. Dobbiamo, però, sfatare un mito, ovvero il ritorno al trasporto dei materiali sfusi: chi ha vissuto nel mondo dove si rifornivano i negozi con i sacchi di pasta, sa benissimo che quel metodo necessitava di tanta mano d’opera in più per realizzare la distribuzione. In questo senso, la grande distribuzione è un passo in avanti, non indietro: in termini d’efficienza – sia energetica, sia per le ore di lavoro necessarie – il mondo “polverizzato” dei piccoli esercenti condurrebbe a nuovi rincari delle merci. Già oggi è possibile, non ovunque, ordinare direttamente le merci via Internet, e questo è un altro progresso: risparmi di tempo e carburanti. Va da sé che, se si devono rifornire i supermercati con merci imballate (giacché chi acquista compra una confezione, mentre un tempo c’era un addetto che confezionare i pacchi), aumenterà la massa degli imballaggi. Gli imballaggi sono dunque i materiali che generano più problemi per un loro eventuale uso energetico: enormi masse di materie plastiche, nylon, coloranti. E’ proprio necessario costruirli con queste sostanze? Se i contenitori per il trasporto e l’imballaggio delle merci vengono recuperati, allora possiamo costruirli con qualsiasi materiale, ma se vanno a finire nel cassonetto – quante volte abbiamo notato cataste di cassette per la frutta in plastica accanto ai cassonetti? – sarebbe meglio farli di legno. E per gli imballaggi, non sarebbe meglio utilizzare il cartone? Ancora: è proprio necessario colorare il cartone, cosicché rimane intriso di coloranti chimici che inquinano pesantemente? I sacchetti potrebbero essere di carta, oppure fabbricati con polimeri dell’amido di mais, i coloranti usati potrebbero essere d’origine naturale: certo, forse non si riuscirebbe ad ottenere quel meraviglioso rosa shocking, ma val bene la pena se dopo non si genera diossina! Ci sono milioni d’interventi per intervenire nella “filiera” del rifiuto: perché non viene proibita la vendita delle batterie (pile) tradizionali, così utilizziamo solo quelle ricaricabili? Se si possono ricaricare anche solo 200 volte, significa ridurre allo 0,5% la quantità di batterie esauste! Idem per le lampadine. Il 5% del petrolio che importiamo non viene usato per generare energia, bensì per usi petrolchimici: sono circa 10 milioni di tonnellate l’anno, il carico di 25 superpetroliere. Con quel petrolio saranno sintetizzati medicinali, materie plastiche, gomme, fibre tessili, coloranti, inchiostri, ecc. Questo mare di composti, in gran parte, finirà in discarica nel volgere di pochi anni. Perché? Poiché la monnezza sta diventando il terminale d’ogni attività umana: senza monnezza, il capitalismo non ha futuro! Mi sono piaciuti parecchio alcuni passaggi di un articolo comparso sul Web, dal titolo “L'impero della rumenta” di Gianluca Freda, perché metteva il dito proprio sulla genesi della monnezza, sul mal primigenio del problema. Citando Maurizio Pallante in “La decrescita felice” – laddove afferma che “La produzione è un’attività finalizzata a trasformare le risorse in rifiuti attraverso un passaggio intermedio, sempre più breve, allo stato di merci” – Freda conclude che “La merce, in quest’accezione, non è altro che monnezza grezza che va raffinata al più presto, affinché si possano ricavare dal prodotto finito i meritati e lucrosi profitti imprenditoriali.” Correttamente, Freda identifica nella monnezza il prodotto finito del lavoro capitalista, perché soltanto dalla distruzione del bene sarà possibile ottenere la vendita di un nuovo bene! Tragico, ma è così. Se spicchiamo un salto nel tempo di parecchi secoli, troviamo artigiani tessili preoccupati: per i prezzi? Per trovare un acquirente ad una camicia in ruvida lana? No, il problema era avere la lana per filare, per tessere, per confezionare la camicia! Dopo, c’erano stuoli di pretendenti, pronti a scucire monete d’oro oppure a barattare il proprio lavoro in cambio. Per avere più lana, s’iniziò ad acquistarla in posti sempre più lontani, in quantità crescenti, con l’impiego di sempre più risorse, i capitali. Il capitale – e tutto la panoplia dei primi mezzi finanziari, lettere di credito, cambiali, ecc – aveva il precipuo scopo di soddisfare una impellente necessità umana: non crepare di polmonite. L’interesse bancario, richiesto su ogni prestito, aumentò a dismisura le dimensioni dei capitali originari, tanto che – alla fine del ‘400 – i banchieri fiorentini si permettevano di finanziare le spedizioni nel Nuovo Mondo. Mica per interesse filantropico: per trovare altra lana e spezie, che erano necessarie giacché non erano solo il pepe e la cannella, bensì tutta la chimica e la farmacopea dell’epoca. Finché il lavoro rimase manuale, la quantità d’energia che il “sistema” poteva gestire era limitata dalle masse muscolari di uomini ed animali, ma con l’avvento del vapore aumentò esponenzialmente. Più camicie, più soldi: il problema è che ogni persona può indossare una sola camicia la volta. Ne potrà tenere 50 in un armadio, ma oltre le 50 non si sa più dove metterle. Ecco, allora, che la camicia – per continuare ad incrementare il capitale – deve durare di meno: non c’è altra soluzione. La scrivania sulla quale ho appoggiato il computer è una scrivania “da soci” (probabilmente da architetto) degli anni ’20: è costruita in quercia, con incastri a coda di rondine e pochi inserti metallici. La pagai 100.000 lire da un rigattiere, la restaurai e la sto usando da molti anni: quando me ne sarò andato, potrà rendere gli stessi servigi a mio figlio, ai miei nipoti, bisnipoti, ecc. Basterà una mano di vernice e un po’ di cera ogni tanto: la mia scrivania è un minuscolo soldatino del movimento anti-capitalista. Se avessi acquistato, ad un prezzo certo maggiore, una moderna scrivania in truciolato, oggi l’impiallacciatura inizierebbe a staccarsi, le gambe ad indebolirsi, i cassetti a perdere i fondi. Accanto ai cassonetti, ci sono spesso cataste di mobili in truciolato: il truciolato è un grande alleato del capitalismo. Un enorme quantitativo di rifiuti è costituito la mobili: anzi, ex mobili. Per costruire i mobili, deforestiamo immense aree, scacciamo con la forza popolazioni che vi abitano da millenni, trituriamo il legno e lo ricomponiamo con colle sintetiche. Con i pannelli, quindi, costruiamo i mobili. I mobili moderni saranno pure lisci e senza la minima fessura, ma dopo qualche decennio – inevitabilmente – le colle si de-polimerizzano ed i pannelli di truciolato vanno letteralmente in polvere: perché non usare il legno? Un mobile in legno – se protetto dai tarli – può durare alcuni secoli: ne sono testimoni i mobili antichi giunti sino a noi. Curandoli con della semplice cera d’api, i nostri progenitori hanno usato gli stessi mobili per generazioni: certo, ci sono preferenze dovute alle mode od agli stili, ma tutto questo cela soltanto la nostra ansia del dover cambiare tutto ciò che ci circonda, frequentemente, per mascherare la nostra incapacità di cambiare il nostro pessimo stile di vita. Dalla produzione al consumo, tutto deve vorticare celermente per donarci l’illusione della felicità. Effimera. Ovviamente, il capitalismo alimenta ad arte – grazie alla pubblicità – la sete di mutamento: sei depresso? Comprati un paio di scarpe nuove: per un paio d’ore scaccerai il male ai piedi, osservando le tue nuove zampe sontuosamente calzate. La stessa molla del consumo inconsapevole ci spinge ad acquistare il cartoccio dei pomodori che ha la confezione più appariscente e colorata: nastrini dorati, nylon che riflettono la luce, scritte accattivanti che richiamano paradisi della natura. In realtà, quei pomodori sono probabilmente cresciuti sotto una cappa di concimi chimici e diserbanti, e sono stati raccolti da uno schiavo nero – che oggi chiamiamo “extracomunitario” – per pochi centesimi: nell’estate del 2006, le Forze dell’Ordine scoprirono – in Puglia – una vera holding della schiavitù, con tanto di “caporali” armati che sorvegliavano i “lavoratori extracomunitari”. Peggio dei campi di cotone dell’Alabama. Se fossimo consapevoli dell’abisso d’infelicità nel quale siamo precipitati, probabilmente acquisteremmo la metà dei prodotti che compriamo: perché non si costruiscono automobili che durano trent’anni? Sarebbe possibile e vantaggioso, sia economicamente e sia per gli aspetti energetici ed ambientali. La risposta è: perché nessuno si terrebbe la stessa auto per trent’anni! Vorrebbe cambiare, non entrare nella stessa “forma” per tre decenni. Ci chiediamo perché ci disturba tanto? Perché quel “cambiare” acquieta la nostra sete di mutamento interiore, perché ci rendiamo conto che stiamo costruendo un mondo alla rovescia: campagne spopolate e città invivibili, ricchi straricchi e poveri strapoveri, felicità effimere e depressioni dilaganti. Difficile stabilire dove sia iniziato questo circolo vizioso: possiamo soltanto affermare che è perfettamente coerente con i desideri di chi guadagna un euro a camicia, e pare acquietare le ansie di coloro che – se non acquistano una camicia nuova ogni mese – cadono in depressione. Ora, qualcuno potrebbe chiedersi cosa c’entra tutto ciò con la politica spicciola: possiamo discutere all’infinito sulla convenienza della raccolta differenziata, sugli inceneritori, sul riciclo dei materiali – ed è giusto farlo – ma se non mutiamo le nostre abitudini – ovvero se non diminuiamo la colossale quantità di beni che consumiamo nei paesi ricchi, senza trovare felicità – saranno soltanto pannicelli caldi per curare un tumore. Siamo così fessi, stupidi, inconsapevoli? No: c’è chi alimenta ad arte questa tendenza e ci campa allegramente. Ovviamente, chi produce un bene vorrà produrne di più per arricchirsi: la nota teoria dello “sviluppo senza limiti”, che rischia seriamente di mettere in crisi l’intera specie umana, ma c’è chi ha trasformato il rifiuto in un cespite di ricchezza e di potere. Tutti paghiamo la tassa sulla spazzatura. Quanto? Dipende, ma una cifra vicina ai 200 euro a famiglia è vicina alla realtà. Questa tassa (le sole famiglie) genera annualmente un capitale pari a circa 5 miliardi di euro (altri forniscono cifre ben maggiori, ma non ha soverchia importanza). Chi lo gestisce? Gli assessori incaricati di gestire i rifiuti, che si servono d’aziende municipalizzate o private per “risolvere” il problema. Qui entrano in gioco le cosiddette “eco-mafie”, che non sono eserciti d’individui con coppola e lupara: più semplicemente, sono distinti signori in doppiopetto che ricevono appalti per la gestione della spazzatura i quali, a loro volta, li re-distribuiscono in una jungla di subappalti. Sulla monnezza campa un esercito di camionisti, raccoglitori, funzionari…e su tutti, come un sovrano, regna il nostro assessore che, con una delibera, può cambiare il destino di centinaia di persone. Le quali, ovviamente, mostreranno riconoscenza alle elezioni. Proviamo a riflettere su qualche milione di euro da gestire per raccogliere voti: la spazzatura può anche fare tre volte il giro dello Stivale (difatti, la spediscono in Sardegna, che è proprio dietro l’angolo), basta che alla scadenza elettorale caschi tutta sullo stesso nome! Perché, soprattutto al Sud, la raccolta differenziata non decolla? Poiché manderebbe in crisi il sistema, “l’affare monnezza”. Del resto, la politica-spazzatura, la TV-spazzatura e l’informazione-spazzatura, su cosa potrebbero reggersi? C’è modo d’uscirne? Senza uno Stato che si riappropri di quei poteri che la cosiddetta “deregulation” ha generato, potremo discutere all’infinito su discariche e termovalorizzatori, ma rimarremo sempre nella m…pardon nella monnezza. E non si venga a raccontare che il problema è solo napoletano; ho visto personalmente intere vallette, al Nord, riempite di spazzatura, che non hanno ripari a valle: prima o dopo, quella monnezza finirà inevitabilmente sulla testa di chi sta sotto. Magari fra cent’anni: e chi se ne frega di cosa avverrà fra cent’anni! Nomineranno un Commissario per le Monnezze Cadenti. Un primo passo verso la decrescita, passa proprio per uno Stato che torni a difendere la salute ed il buon livello di vita della popolazione. Come? Stabilendo, per legge, più tutele sulla produzione dei beni. Mia suocera ha un frigorifero Bosh che acquistò nei primi anni ’60: funziona tuttora, ed è costruito con un acciaio che ci potreste fare una lama di Toledo. Una cara amica ha ancora un monumentale frigorifero FIAT, che ha attraversato tutte le stagioni della tecnologia ed oggi ha già valore nel mercato del modernariato. E funziona. Ovvio che, quando la concorrenza scivola nel monopolismo, nel cartello dei produttori e lo Stato si estingue, l’interesse generale sarebbe quello di darvi un frigorifero che dura due mesi. Perché, un’auto, deve avere soltanto due anni di garanzia? Se, ipoteticamente (ma conosco situazioni che si avvicinano parecchio all’esempio), dopo due anni ed un giorno si rompe la pompa dell’acqua e si “fonde” il motore? Oppure, il parabrezza – inspiegabilmente – si fessura (“cancro del vetro”, lo chiamano, ma facessero il piacere…), una gomma scoppia dopo poche migliaia di chilometri – eh sì, “capita” – chi vi risarcisce? L’auto che avete acquistato – quei 20.000 euro, poniamo – per quanto tempo deve durare? Se dopo pochi anni inizia ad andare letteralmente in pezzi (qualcuno ricorda le Alfasud che lasciavano una scia di ruggine dopo pochi anni?), questa è truffa, soltanto che le leggi non la riconoscono come tale. Ovvio, perché andrebbe ad intaccare il comma numero uno: tutto deve essere funzionale all’accumulazione del capitale. Il comma due, invece, recita: qualsiasi legge che contrasta con il comma uno è automaticamente abrogata, e deve essere immediatamente gettata nella monnezza. Fine. Carlo Bertani
 
Di Quadrodoc (del 25/01/2008 @ 12:51:12, in Politica e amministrazione, linkato 204 volte)

"Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha ricevuto questa sera, al Palazzo del Quirinale, il Presidente del Consiglio dei Ministri, Prodi, il quale, dopo aver riferito sull'esito negativo del voto sulla fiducia espresso oggi dal Senato della Repubblica, ha rassegnato le dimissioni del Governo da lui presieduto.

Il Capo dello Stato ha invitato il Governo dimissionario a rimanere in carica per il disbrigo degli affari correnti. Le consultazioni avranno inizio nel pomeriggio di domani, venerdi' 25, con i Presidenti delle due Camere. Il calendario degli incontri sara' reso noto al piu' presto".

Il Senato ha negato la fiducia al governo Prodi con 156 si', 161 no e un astenuto. Tre senatori (Pallaro, Pininfarina e Andreotti) non hanno partecipato alla votazione. L'ex ministro della Giustizia Clemente Mastella ha votato no alla fiducia per il governo Prodi. Passando sotto il banco della presidenza per esprimere il suo voto e' stato applaudito dai senatori del centrodestra, ma lui con la mano ha fatto il cenno di smetterla. Lamberto Dini ha votato no. Contro il governo hanno votato, oltre agli esponenti del centrodestra, anche: Barbato, Fisichella e Turigliatto.

La replica di Prodi

 "Sono qui perchè ogni crisi deve essere affrontata a viso aperto e non nei corridoi". Con queste parole il presidente del Consiglio ha iniziato la sua replica alle dichiarazioni di voto. Prodi ha elencato i successi del suo governo: "Abbiamo rimesso in piedi il paese, ripristinato l'avanzo primario" e in politica estera: il ruolo dell'Italia in Libano, impeganta per la pace, la moratoria sulla pena di morte. E ancora: la lotta all'evasione, il taglio dell'Ici, un piano di edilizia popolare. Quanto all'ambiente, ha dichiarato che "il governo ha affrontato le emergenze senza addossare le colpe, come sarebbe stato facile, al precedente governo". "Tagliare i costi della politica non è stato un gesto per ottenere il consenso. Solo dando esempi si ottengono risultati". Il governo ha ricordato Prodi ha risanato i conti pubblici e tagliato la spesa pubblica e dopo l'accordo sul welfare è pronto a diminuire le tasse e ad aumentare i salari, garantendo l'aumento della produttività come rappresenta l'accordo sul contratto dei metalmeccanici. "Non nego che avremmo potuto fare di più, ma la legge elettorale ci impedì una larga maggioranza". "Abbiamo urgente bisogno di riforme, conme giustamente ha osservato Napolitano, riforme che abbiano il respiro della politica. Ho colto e condiviso la sollecitazione del Presidente per una riforma elettorale. Siamo difronte a una scelta da compiere. Abbiamo il dovere di mostratre ai nostri figli una strada fatte di regole".

Il primo intervento di Prodi al Senato "Questa doveva essere l'occasione per parlare di giustizia tema su cui in questi giorni si è aperta la crisi di governo. Mi sono già espresso sul tema. Voglio ribadire la mia solidarietà e del governo al ministro Mastella. Su di lui ci sono state strumentalizzazioni e opportunismi". Prodi ha richiamato l'attenzione dei senatori sull'importanza di un testo che mette in evidenza luci e ombra della giustizia italiana. "Sono qui al Senato per rispettare e applicare la Costituzione con lo spirito dei Costituenti. La Carta non prevede infatti la prassi delle crisi extraparlamentari, mozioni di sfiducia individuali a un ministro". Lo ha detto Romano Prodi spiegando le ragioni che lo hanno spinto a parlare oggi a Palazzo Madama per chiedere la fiducia. Nessuno può sottrarsi nel momento in cui un governo cade di indicare quale altra maggioranza, quale altro programma sceglie. Un dibattito come questo deve essere di costruzione non di distruzione. Sono qui per assumermi le responsabilità che mi competono.

Il Paese ha più che mai bisogno di essere governato, ha bisogno di continuità. Prodi ha indicato tre emergenze Un'emergenza istituzionale. Ho ribadito il mio impegno affinchè non si ricada in un voto che riporti all'ingovernabilità. Un'emergenza internazionale. Un'emergenza sul piano dell'economia. L'Italia ha un grave ritardo da recuperare e dopo due anni di recupero rischia di trovarsi in difficoltà. "Vi chiedo la fiducia assicurandovi che sono ben consapevole che il governo stesso dovra' rafforzare le sue capacita' decisionali, snellire le sue procedure,migliorare la sua resa, forse ridefinire le sue strutture e la sua composizione". "Chiedo a ciascuno di voi fiducia per riprendere con slancio un processo riformatore di cui il nostro Paese ha urgente bisogno".

 
Di Maucat65 (del 27/10/2007 @ 08:44:06, in Politica e amministrazione, linkato 814 volte)

 

Ho letto la notizia sull'Informazione di oggi. Il suo obiettivo principale e' di restituire Reggio ai reggiani, e non ha posto limiti di schieramento (sarebbe ora che qualcuno la smettesse di ragionare sempre in termini di "destra" e "sinistra".

Io sinceramente ormai odio la politica, e so benissimo che non si giudicano le capacita' di una persona dalla sua fede calcistica, ma uno che al primo anno di C2 si presenta a Cuoiocappiano e che ha indossato in curva la maglietta di Identita' Reggiana puo' tranquillamente essere il mio sindaco.

Tant, pès de csè....

Che ne pensate ? 

 
Di Pietro (del 20/10/2007 @ 10:58:00, in Politica e amministrazione, linkato 242 volte)
Riporto dalla testata online del giornale l'Unità,questo articolo.
Registrazione dei blog, protesta sul web.
Me ne vado, «armi, bagagli e server in uno Stato democratico». Non è una minaccia, è Beppe Grillo infuriato per la proposta di legge presentata dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Ricardo Franco Levi.
Non poteva partire che da lui, il re dei bloggers, la protesta contro quella che giudicano una legge per «tappare la bocca a Internet». A seminare il panico, sono gli obblighi di registrazione e la burocrazia varia che il disegno di legge prevede per i prodotti editoriali del web. E soprattutto le sanzioni previste per la diffamazione.
Tutti i siti, compresi i blog dunque, dovranno registrarsi al Roc, il Registro per gli Operatori della Comunicazione. «Quale ragazzo – tuona Grillo – si sottoporrebbe a questo iter per creare un blog?». E invita i suoi fedelissimi a mandare mail di protesta all’indirizzo del sottosegretario Levi.
Ma prima di vedersi intasare la casella di posta elettronica, Ricardo Franco Levi decide di scrivere prima lui: «Lo spirito del nostro progetto non è certo questo – rassicura – Non abbiamo interesse a toccare i siti amatoriali o i blog personali, non sarebbe praticabile». Ma, è ovvio, quello di Grillo non può essere considerato un semplice blog personale, con il marasma che ha combinato. «Quando prevediamo l'obbligo della registrazione – continua Levi – non pensiamo alla ragazza o al ragazzo che realizzano un proprio sito o un proprio blog, pensiamo, invece, a chi, con la carta stampata ma, certo, anche con internet, pubblica un vero e proprio prodotto editoriale e diventa, così un autentico operatore del mercato dell'editoria».
E Levi difende anche il percorso di partecipazione con cui la proposta è stata costruita: «Non abbiamo lavorato nel chiuso delle nostre stanze: abbiamo pubblicato uno schema di legge e un questionario sul nostro sito internet e ci siamo fatti aiutare da esperti dell'economia e del diritto. Il risultato – spiega – è leggibile sul nostro sito dove pure si possono trovare in totale trasparenza tutti gli elementi e i dettagli dell'intervento pubblico a favore dell'editoria». Quanto al tema della responsabilità, commenta Levi «credo che sia un tema che a nessuno dovrebbe stare più a cuore di chi usa, apprezza e ama la Rete».
Comunque, c’è tempo. Il disegno di legge è stato approvato dal Consiglio dei ministri lo scorso 12 ottobre: il Governo, su proposta del premier Romano Prodi ha delegato se stesso all’emanazione di un testo unico per il riordino dell’intera legislazione del settore editoriale. Ora il ddl passerà all’esame delle Camere.
Intanto, si scatenano i commenti. Il ministro Di Pietro usa il suo blog per scagliarsi contro la proposta che reputa «liberticida, contro l'informazione libera e contro i blogger che ogni giorno pubblicano articoli mai riportati da giornali e televisioni». «Per quanto ci riguarda – spiega Giuseppe Giulietti, deputato Ds e fondatore di Articolo21 – riterremmo un gravissimo errore l'assimilazione tra i siti editoriali tradizionali e l'intero universo dei blog». «Voglio sperare che il ddl del governo non voglia davvero regolamentare i blog nella rete, sarebbe come voler fermare l'acqua del mare», parafrasa il responsabile Informazione del Pdci, Gianni Montesano. Che però aggiunge: «Una cosa è la libera circolazione delle idee e delle informazioni, un diario; altra cosa un'iniziativa editoriale per la quale, in quel caso sì, è giusta una regolamentazione».
www.unita.it
 
Di Quadrodoc (del 10/10/2007 @ 12:03:00, in Politica e amministrazione, linkato 218 volte)

SIT IN DI PROTESTA Porta a porta, il comitato insorge 'Occupato' il consiglio comunale Il comitato contro il porta a porta, i consiglieri di An, Forza Italia, Udc e il deputato reggiano Emerenzio Barbieri hanno 'occupato' la Sala del Tricolore per protestare contro la decisione di Delrio di non concedere il referendum

 Reggio Emilia, 8 ottobre 2007 - "Ridateci il referendum". E ancora: "Cittadini non sudditi", "Centrosinistra dov'è la democrazia" e "le liste civiche hanno tradito la democrazia". Con questi slogan circa una trentina di cittadini (fra cui molti sono simpatizzanti politici della Cdl) 'occupano' la sala del consiglio comunale di Reggio a ridosso dell'inizio dell'assemblea cittadina. A fare da ospiti i consiglieri comunali di An, Forza Italia e Udc e il deputato reggiano Emerenzio Barbieri. Politici e cittadini ribadiscono con tanto di megafono e fascia tricolore partigiana al collo (indossata da Mario Poli dell'Udc) il dissenso per la decisione del sindaco Graziano Delrio di non concedere il referendum sul porta a porta. Ma la mossa del comitato non piace al Comune, che si riserva di valutare la vicenda e nel caso prendere provvedimenti. In particolare si vuole accertare se sussistano gli estremi di interruzione del servizio pubblico. "Se vogliono querelarci lo facciano pure, il Consiglio non era iniziato", replica a muso duro il capogruppo di An Marco Eboli. E la battagliera portavoce del comitato referendario, Nadia Borghi, rincara: "La sala del Tricolore è prima nostra che loro". Il siparietto si chiude con le proteste del segretario generale del Comune Domenico Rebuttato che richiama ai propri doveri gli uscieri di sala, e con uno scambio di battute dai toni accesi tra Eboli e il capogruppo di Rifondazione Matteo Sassi. Il sit in di protesta della Cdl è stato organizzato dopo che il sindaco ha firmato venerdì l'atto di revoca del referendum. Che annulla un precedente atto di indizione datato 26 febbraio con cui, spiega il capogruppo di An, "il primo cittadino aveva dato libero corso alla raccolta delle firme. Un motivo 'inaccettabile', secondo An, perché "non si possono mettere in discussione le firme che noi abbiamo raccolto e la Commissione di garanzia ha ritenuto valide". La revoca della consultazione brucia ancora anche ai membri del comitato. Per la portavoce Borghi "è chiaro che il Comune ha paura e non vuole affrontare un referendum da cui sa che uscirebbe perdente". Ad ogni modo "noi faremo tutti i ricorsi necessari perché riteniamo di essere stati privati di un diritto". A fronte delle 4 mila firme di cittadini contrari al porta a porta ce ne sono circa 11mila a favore. E pareri favorevoli si riscontrano anche all'interno della stessa Cdl. Da parte ad esempio della Lega Nord, oggi assente al sit in.

fonte restodelcarlino

 
Di Maucat65 (del 09/09/2007 @ 18:10:54, in Politica e amministrazione, linkato 1216 volte)

L'8 Novembre 1987 si chiuse un'epoca per l’Italia, l'epoca nucleare.

Dall'accensione del primo reattore al mondo, fino allo spegnimento di Caorso l'Italia fu un paese all'avanguardia nella scienza dell'atomo, fu un paese che guardava al futuro.

Quel giorno un referendum popolare,voluto dai socialisti e dai verdi che sfruttarono indecentemente l’onda dell'emozione di Chernobyl, provocò la più devastante scelta strategica per l’Italia degli ultimi 20 anni.

 

In sé il referendum non fu contro il nucleare, si limitò ad abrogare:

 

i contributi ai comuni che accettavano la costruzione delle centrali.

la norma che consentiva al CIPE di decidere dove mettere le centrali in caso i comuni non lo facessero nei limiti previsti.

la norma che consentiva la costruzione e gestione di centrali nucleari all'estero da parte dell'ENEL (recentemente ripristinata dalla Riforma Marzano).

Furono, colpevolmente, i governi successivi, Craxi, De Mita e Andreotti questi grandi campioni di malgoverno a provocare il disastro dell'abbandono del nucleare: quattro centrali, Caorso, Latina, Garigliano, Trino, furono chiuse, due nuove centrali in costruzione, Trino 2 e Montalto di Castro, furono abbandonate come relitti. Una intera industria venne spazzata via, e una intera generazione di tecnici e ingegneri venne distrutta.

 

Lo sperpero perpetrato ai danni dei cittadini fu di circa 120.000.000.000.000 di Lire, pari a 62 miliardi di Euro. E il paese ancora paga i danni:

 

Oggi l'Italia è un paese in cui l'energia costa il 60% più che all'estero, e per l'80% proviene direttamente o indirettamente dall'importazione.

Oggi l'Italia è un paese che produce CO2 oltre ogni ragionevole limite e che quindi contribuisce a preparare la sommersione delle sue città costiere entro 40 anni.

Oggi l'Italia è un paese che consuma prevalentemente petrolio contribuendo così al suo esaurimento entro 30-40 anni.

Oggi l'Italia è un paese in cui un semplice picco estivo di consumo significa, praticamente senza alternativa, un distacco programmato, un black out.

Oggi l'Italia è un paese che ancora paga qualcosa come 30 miliardi di Euro, per completare l'insensata damnatio memoriae nei confronti del nucleare.

Oggi l'Italia è un paese che ha speso circa 49.000.000.000 di Euro, per incentivare dal 1976 al 2002 le nuove fonti energetiche rinnovabili (solare-eolico-biomasse), che sono salite come quota di produzione nello stesso periodo dello 0,0 qualcosa, ossia praticamente di nulla, e che oggi valgono ancora solo uno 0,09.

Sarebbe bello prendere il consigliere nazionale socialista di Basilea Rudolf Rechsteiner (che ha illustrato varie possibilità per sostituire il nucleare con altre energie pulite. )

e l a consigliera comunale per la città di Berna Karin Gasser (Verdi) (che si attende, grazie alla vittoria del campo rosso-verde alle recenti elezioni cantonali, nuovi impulsi nel settore della politica energetica nel suo cantone ed ha chiesto nuovo consiglio di Stato bernese ha chiesto di rinunciare all'energia atomica.) e spedirli nella Cina socialista a respirar carbone.

 

 

 

 

Ma torniamo all’Italia, un paese di cui l'attuale politica energetica, follemente miope, comporterà in futuro la caduta e già ora prepara il declino.

 

Ecco alcune verità.

 

I dati non sono solo chiari, sono proprio eloquenti. A differenza di quanto è stato ripetuto per anni il nucleare conviene ed è anzi, considerando che il prezzo del petrolio e quello del gas sono destinati a salire immancabilmente man mano che si avvicina l'esaurimento delle riserve, esso converrà sempre di più nei prossimi anni, avendo tra l'altro riserve, tra i vari tipi di combustibili utilizzabili, praticamente inesauribili: si parla di 20.000 anni.

 

Le cosiddette energie alternative sono una colossale bufala. A fronte del basso costo del nucleare, hanno c’è l'altissimo, diremmo immane, costo del solare e dell'eolico, nonostante queste due fonti abbiano ricevuto, contrariamente al nucleare, solo di incentivi e al netto dei contributi alla ricerca erogati all'ENEA, una cifra notevolissima di aiuti nel corso di tutti i 25 anni passati. Una cifra che suona pari a circa 50.000.000.000 di Euro, equivalente  a 25 modernissime centrali nucleari . Ogni commento sulla saggezza di chi investì questi soldi su queste "miracolose" fonti energetiche rinnovabili risulta superfluo.

 

Altrettanto superfluo sarebbe un giudizio su coloro che ingannarono il popolo italiano, con dati finti e soldi veri, costringendolo a caricarsi di 30.000.000.000 di Euro di spese per l'effetto preteso di stop al nucleare che si volle dare al referendum dell'87.

 

Inquinamento e menzogne

 

Vi è stato detto per anni che il nucleare avrebbe distrutto l'ambiente. Ebbene ciò è evidentemente e completamente falso e destituito di ogni fondamento. Il nucleare, tra le fonti economicamente sostenibili, è la più pulita e la più rispettosa della salute dei giovani e dei nostri figli di domani, ed ha parametri di inquinamento che sono quasi gli stessi del solare e dell'eolico, le due fonti pulite per eccellenza.

 

Non solo le emissioni di anidride carbonica, gas serra, ma anche quelle dei biossidi di Zolfo e Azoto, responsabili delle piogge acide, sono pari a 0, a differenza delle altre fonti fossili, ma perfino le emissioni radioattive sono 10 volte meno di quelle delle centrali a carbone (lo sapevate che nelle ceneri di un anno di produzione di una centrale a carbone c'è materiale per due bombe nucleari?) e 5 volte meno di quelle di una centrale a petrolio.

 

Vi è stato certamente detto e ripetuto incessantemente che le centrali nucleari producono scorie pericolosissime, ebbene le scorie pericolose per la salute sono in realtà un terzo del totale prodotto. Questo terzo però in confronto alle scorie altrettanto pericolose (cancerogene, tossiche, difficili da smaltire) di petrolio e carbone è pochissimo, addirittura dell'ordine delle migliaia contro le unità, mentre con il gas, da tutti ritenuto "pulito", la differenza è minima.

 

Inoltre, particolare non trascurabile, le centrali nucleari, necessitando di solo 3 metri cubi di combustibile all'anno, significano un solo camion all'anno sulle nostre strade per ogni centrale.

 

Le centrali a carbone invece, necessitando di 3 milioni di metri cubi di combustibile all'anno significano decine, centinaia, migliaia, decine di migliaia di camion sulle  strade, ogni anno.

 

Quindi il nucleare significa meno inquinamento, meno code e meno traffico sulle nostre strade e ferrovie, in prospettiva quindi meno incidenti stradali e meno costi per la nazione sia umani che economici.

 

A questo punto direi di toccare alcuni argomenti abbastanza scottanti e normalmente ritenuti minati per i sostenitori del nucleare, per dimostrare che minati non sono affatto:

 

 

Le miracolose nuove fonti rinnovabili, tra sogno ambientalista e realtà economica e scientifica

 

Non ci serve commentare le poetiche declamazioni più o meno encomiastiche che continuamente ci vengono riversate addosso dall'informazione "corretta e libera" quando qualche ambientalista si diletta a parlare di fonti rinnovabili e del loro futuro di salvezza e benessere .. ci basta citare un documento ufficiale semisconosciuto redatto nel 1996 da una commissione, la commissione Europea di Romano Prodi:

 

il documento TERES II del programma ALTENER della DGE della Commissione Europea stima come «contributo massimo ottenibile in Italia nelle condizioni più favorevoli (best practice policies) dalle nuove Fonti Energetiche Rinnovabili entro il 2020» i 20,5 Mtep, equivalenti al 5% del fabbisogno energetico minimo previsto (e questo ovviamente spendendo/investendo/buttando altri 50 miliardi di Euro per raggiungere le incredibili best practice policies).

Anche qui il commento è superfluo.

 

In ogni caso perfino Romano Prodi, l'odierno amator exclusus delle centrali a carbone, disse: «Perchè l'Unione Europea possa tener fede agli impegni di Kyoto in materia di emissione di gas ad Effetto Serra, è necessario un impegno massiccio; la questione della generazione per mezzo di centrali nucleari merita di essere esaminata attentamente»

Romano Prodi, ("Energia", XXI N3, Settembre 2000)

 

Qualcuno ai vertici dell'Unione si occupi di spiegarlo a Pecoraro Scanio.

 

Alcuni dati

 

* La radioattività nella zona interdetta di Chernobyl, che pur è il più grave disastro nuclearemai avvenuto,  racchiusa in un raggio di 30 km dal sito del disastro, è oggi, in media, di circa 500 (mrem/anno). Per rendersi conto della reale entità di tale valore, basta fare un confronto con il valore medio della radioattività naturale di fondo in Italia, che è di circa 100 mrem/anno, con variazioni dai 40 mrem/anno di Aosta e 160 mrem/anno di Viterbo, con una "punta anomala" di 700 mrem/anno (quasi una volta e mezza di quella della zona interdetta di Chernobyl) in Piazza San Pietro a Roma, lastricata con selciato di cubetti di porfido (i famosi "sampietrini"), roccia vulcanica che contiene "torio", un elemento naturale radioattivo. I valori riscontrati in Piazza San Pietro non costituiscono un rischio per la salute, anzi come rilevato da recenti e poco noti studi, rappresentano il valore ottimale del fondo naturale, nel cui intorno si verifica la più bassa incidenza (minore persino di quella riscontrata con valori di fondo più bassi) di neoplasie per cause statistiche.

 

** Il Vajont, creato per le centrali idroelettriche,  fece tremila morti, e in Italia non in Ucraina, ciononostante, giustamente, l'idroelettrico non è stato oggetto di grandi crociate referendarie.

 

*** Tra i disastri con maggiore numero di vittime ricordiamo quello avvenuto nel 1984 a seguito della esplosione di serbatoi di gas liquido a Ixhuatepec, vicino a Città del Messico, dove morirono 550 persone, 7.000 rimasero ferite, 300.000 furono evacuate. A Chernobyl, che viene considerato il più grave "disastro" energetico nella storia, gli evacuati furono 135.000, meno della metà del quasi ignoto incidente messicano. Eppure nessuno ha messo fuorilegge il Gas, che anzi è considerato pulito e sicuro.

 

Altre considerazioni ignote ai cervelli rossoverdi

 

 

 

Attualmente   nel mondo sono in funzione 440 impianti suddivisi fra 31 nazioni: questi impianti corrispondono a circa il 10% della potenza elettrica globalmente installata, e producono circa il 16% dell'energia elettrica usata nel mondo. Inoltre sono in costruzione ben 32 nuove unità, delle quali 19 in Asia, 11 in Europa (4 in Ucraina, 3 in Russia, 2 nella Repubblica Slovacca, 1 in Romania e 1 nella Repubblica Ceca), infine 2 in Argentina.

Dunque non è affatto vero, come qualcuno vuol far credere ,  che non si costruiscono più centrali…

Anche negli Stati Uniti, dove non vengono più ordinati nuovi impianti dal 1978, sono entrati in esercizio due nuovi reattori nel 1993 e nel 1996, oltre ad un generale prolungamento della vita degli impianti esistenti.

In Francia l'ultimo reattore connesso alla rete è stato quello di Civaux 2, nel dicembre 1999.

Si deve notare come i francesi, con i loro 56 reattori di potenza, con i quali producono il 78% dell'energia elettrica francese, abbiano così tanta corrente da venderla, ovviamente a caro prezzo, agli snob italiani che, per non avere il nucleare in casa, lo importano dall'estero.

Inoltre stanno per iniziare i lavori per la costruzione di un reattore di terza generazione (ovvero la successiva rispetto a quella degli attuali reattori, con delle soluzioni tecniche avanzatissime) a Flamanville, in Normandia.

Fatto curioso: per scegliere dove costruire il nuovo impianto è stata fatta una gara tra i Paesi candidati simile a quella per l'assegnazione della sede dei giochi olimpici, con una grande lotta per avere l'onore di ospitare una centrale e contribuire così alla grandezza della Francia. 

 

 

 

Il nucleare è sorpassato?

Le industrie a più alto contenuto tecnologico - da non confondersi con sistemi caratterizzati dalla semplice presenza di un'elettronica anche sofisticata quali possono essere i telefoni cellulari o i personal computer - sono quella aerospaziale e quella nucleare.

In particolare, l'industria nucleare si basa sulla meccanica pesante (i contenitori primari dei reattori, detti vessel, sono spessi fino a 20 centimetri, larghi 4 metri ed alti una ventina, fatti con acciai speciali di altissima qualità) e sulla meccanica di precisione (il combustibile nucleare, ad esempio, si trova sotto forma di pastiglie di uranio che vengono impilate all'interno di un tubo di zircaloy lungo circa 4 metri: tra pastiglie e tubo deve essere presente una intercapedine inferiore al decimo di millimetro).

A queste si deve aggiungere una raffinatissima elettronica per il controllo automatico del reattore e di tutti i vari sistemi.

 

Un milione di anni!

 

Studi effettuati su reattori americani indicano che la possibilità di incidente grave, con la perdita definitiva dell'operatività della centrale, ma comunque senza rilascio di sostanze radioattive all'esterno dell'edificio nel quale si trova il reattore, è dell'ordine dell'evento per milione di anni di funzionamento del reattore .

In altre parole, un reattore dovrebbe funzionare per un milione di anni per avere un incidente grave. Ovviamente non è possibile garantire la sicurezza assoluta, ma se pensiamo a quanto spesso si guastano le automobili, ci si può rendere conto del livello di estrema affidabilità raggiunto dall'industria nucleare.

Le centrali nucleari esistenti nel mondo occidentale sono costruite con più sistemi di sicurezza, sia attiva (cioè che agiscono su comando) che passiva (ovvero funzionano anche in caso di impossibilità di intervento degli operatori): essi si basano sul concetto di difesa in profondità, ovvero più barriere in sequenza da passare per avere il rilascio di radioattività all'esterno dell'impianto.

In caso di incidente (evento di per sé rarissimo, le sostanze radioattive contenute nel combustibile devono passare almeno tre barriere: la prima barriera è costituita dalla guaina che lo riveste; la seconda è il contenitore primario del reattore (in acciaio), mentre la terza è un contenitore in cemento armato spesso circa un metro e mezzo (talvolta è presente anche un secondo contenitore in cemento, anch'esso spesso decine di centimetri).

Il contenitore in cemento è progettato per resistere perfino alla caduta di piccoli aerei…

 

 

 

Il nucleare è costoso ?

La questione del costo del nucleare è abbastanza spinosa per svariati motivi di natura più politica che tecnica: rimane il fatto che oggi la Francia produce corrente a 4 centesimi di euro al KWh, mentre per esempio in Italia – avanguardia del “progresso” rossoverde - si produce a circa 8,4 centesimi di euro  Cioè costa il doppio.

 

 

 

Le scorie radioattive

Questo è uno degli argomenti più usati dai Verdi con la tecnica della mezza verità.

Viene infatti affermato che le centrali nucleari producono pericolosissime scorie radioattive.

Tutto questo è vero, ma si tralasciano alcune cose di primaria importanza: innanzitutto le scorie prodotte sono quantità modeste (alcuni metri cubi all'anno), cosa che facilita moltissimo il loro controllo e trattamento.

Inoltre, dato che le sostanze più pericolose hanno un tempo di dimezzamento (ovvero il tempo necessario per diventare la metà della quantità iniziale) abbastanza breve, la soluzione adottata è quella di conservare per molti anni all'interno delle stesse centrali il combustibile esaurito contenente le scorie.

Si noti che è allo studio un tipo di reattore che permetta il bruciamento degli attinidi (che costituiscono parte delle scorie).

In ogni caso la soluzione finale al problema delle scorie è di fare un deposito sotterraneo, come quello che era previsto a Scanzano Jonico.

Sappiamo bene come è andata.

Purtroppo tanti anni di propaganda rossoverde ci hanno abituato a voler la classica botte piena con moglie ubriaca: vogliamo più migranti che inquinano e consumano ovviamente di più che se non ci fossero, vogliamo la corrente per il condizionatore d'aria e il frigorifero, vogliamo la “crescita”, l’energia  a buon mercato e lo sviluppo del terzo mondo. Vogliamo il paradiso e i socialisti ce lo promettono. Sappiamo poi come lo realizzano.

 
Di Quadrodoc (del 06/09/2007 @ 10:32:33, in Politica e amministrazione, linkato 235 volte)
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